La cultura è un affare serio.

Ho letto della riforma della cultura in questo strano Paese che è l'Italia dove i poveracci vengono condannati e i politici condannati decidono il Presidente della Repubblica. Davvero strano, sì.

A dirigere i grandi musei potrà essere chiunque purché abbia "i titoli". E così anni di studi dedicati alla Cultura, alla Storia dell'Arte, alla Poesia, alla Scultura e alla Pittura, alla Storia del Teatro e del Cinema, alla Letteratura Classica vanno a finire nel secchio della spazzatura perché un qualche laureato in Economia - o in Medicina - con tanto di bella tessera politica in tasca (ovviamente) o di iscrizione ad una loggia massonica, potrà dirigere un grande museo italiano.

E le competenze? Come si spera di fare della Cultura un business se - poi - a dirigere le grandi istituzioni culturali si mandano sempre e solo "gli amici degli amici". Il senso delle grandi riforme italiane - sbandierate sui media compiacenti che non fanno mai domande - sembra essere sempre lo stesso: annunciare una grande novità per il bene di tutti ma che, in fondo, è solo per il bene di pochi appartenenti ad una ristretta cerchia.

Certo che nessuno vuole vecchi burocrati a dirigere le istituzioni culturali. Non si vogliono vecchi professori che profumano di muffa e polvere. Ci vogliono persone preparate che, però, abbiano le competenze giuste al posto giusto.

Come se un Laureato in Lettere possa mai svolgere operazioni chirurgiche o insegnare economia e scienza delle finanze all'università oppure curare il vostro amato cagnolino come fa il vostro veterinario. Non ne ha le competenze.

Gli studiosi umanistici, come tutte le categorie, devono stare al loro posto. E' ovvio che la grande riforma della Cultura è una riforma inutile ma siccome si parla di Cultura i 9/10 della popolazione italiana ne sono avulsi. L'ignoranza dilaga su tutto e tutti e l'attuale classe politica e dirigente è il perfetto specchio dei tempi.

Staff



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